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UN’EDUCATRICE PER I BAMBINI DI TOR BELLA MONACA

Roma, quartiere Tor Bella Monaca. Siamo in una delle zone più problematiche e complesse della Capitale dove i tassi di disoccupazione, analfabetismo, abbandono scolastico, detenzione minorile, criminalità organizzata e tossicodipendenza sono alle stelle. 

Come spesso succede però è nella periferia più difficile che si fa strada il coraggio, la passione e la voglia di creare qualcosa di diverso, un’alternativa che rappresenti per gli abitanti più giovani di questa zona l’opportunità di capire che un futuro migliore è possibile. 

“Casa mia, casa nostra”

Proprio a Tor Bella Monaca dal 2003 l’associazione di volontariato Vides Mic Mag TBM onlus, le suore salesiane Figlie di Maria Ausiliatrice e la Parrocchia Santa Maria Madre del Redentore hanno dato vita al progetto socio-educativo “Casa mia, casa nostra”, centro diurno dedicato ai minori del quartiere con grave disagio sociale. 

Si tratta di una vera e propria casa dove, secondo lo stile educativo di don Bosco, i bambini e ragazzi, suddivisi in due moduli e fasce d’età (6-10 anni e 11-18 anni) rimangono da dopo scuola fino a dopo cena. In questo contesto svolgono attività ludiche, educative e sportive con il supporto di educatori specializzati e volontari appassionati. 

Sono ragazzi spesso abbandonati a loro stessi, che vivono tante ore in mezzo alla strada o nei cortili delle case popolari, in una condizione di degrado sociale che incide drammaticamente sulla loro crescita psicologica, sullo sviluppo di quello che diverranno una volta adulti. 

Il metodo educativo di don Bosco come prevenzione del disagio sociale

Per questi bambini e ragazzi Tor Bella Monaca è l’unica realtà che abbiano mai vissuto. La maggior parte di loro non è mai uscita dal quartiere e il centro diurno del progetto “Casa mia, casa nostra” è un luogo in cui possono vivere un’esperienza di amore, fiducia e crescita, con l’obiettivo di:

  • farli sentire amati, accettati e sostenuti in un clima sereno;
  • promuovere la consapevolezza del proprio essere, soprattutto in relazione alla gestione delle proprie emozioni, così da poter instaurare relazioni positive e rispettose delle diversità tra le persone;
  • sviluppare e rafforzare competenze e capacità necessarie per terminare la scuola, inserirsi nel mondo del lavoro e progettare la propria vita, ampliando le proprie conoscenze ed esperienze.

La Fondazione, i Salesiani e il legame con Suor Anna

Uno dei pilastri della Fondazione Valter Baldaccini è l’educazione. Ne era un fermo sostenitore anche Valter Baldaccini, convinto che questo fosse uno degli strumenti necessari per combattere la povertà. 

Una consapevolezza derivata anche dalla propria formazione dove l’ambiente salesiano è stato determinante per la crescita del giovane Valter: in esso ha trovato dialogo e fiducia, nonché una vera e propria famiglia che ha frequentato gioiosamente per lungo tempo. 

Una conoscenza diretta con suor Anna Mariani, un tempo d’istanza a Cannara, paese natale di Valter Baldaccini, e oggi responsabile del progetto di Tor Bella Monaca.

Il sostegno per un anno all’educatrice Monica

Per un anno la Fondazione Valter Baldaccini sosterrà il prezioso lavoro di Monica, una delle due educatrici del progetto.

Monica ha iniziato a frequentare “Casa mia, casa nostra” nel 2017 quando ha accettato una nuova sfida con il servizio civile. Un’esperienza che poi è diventata un lavoro a tempo pieno, oggi infatti Monica è l’educatrice del gruppo dei più piccoli. 

Nove bimbi tra i 6 e 10 anni trascorrono con lei e i volontari del centro la maggior parte della loro giornata. Prima della pandemia era lei che andava a prenderli a scuola con il pulmino, faceva merenda insieme a loro, organizzava le attività pomeridiane tra compiti, gioco libero e attività di gruppo e sportive e poi li riaccompagnava a casa dopo cena.

Oggi la pandemia ha reso tutto più complicato e la maggior parte delle attività sono individuali, ma il progetto “Casa mia, casa nostra” rimane sempre un punto di ritrovo e riferimento fondamentale per le famiglie del quartiere. Per questi ragazzi il “Casa mia, casa nostra” è una vera e propria famiglia. 

Erika, una delle bambine del progetto

Una delle maggiori difficoltà dell’educatrice Monica è stata scontrarsi con la dura realtà che questi ragazzi devono affrontare. Come le è successo quando ha conosciuto Erika, una bimba che allora frequentava la scuola elementare e che vive con altre sette persone in un piccolo bilocale di una casa popolare.

La sua famiglia è segnata dal carcere, dallo spaccio e da problemi di salute mentale. Quando si sono conosciute Erika era una bimba arrabbiata, con frequenti scatti di ira e lo scoglio più grosso per Monica è stato farle comprendere di potersi fidare di lei. 

Erika nella sua breve vita non si è mai sentita compresa e accettata, ma l’obiettivo di “Casa mia, casa nostra” è proprio questo: con amore e pazienza sostenere il percorso di questi bambini. Oggi Erika è una giovane adolescente che frequenta il gruppo dei più grandi e Monica è il suo riferimento.

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